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La quercia
Nel vento dell’inverno
e nel sole dei sorrisi
di canti e risa
risplende ora immensa
ciò che un tempo era ghianda
ed ora
il sole che l’intaglia
annuncia come lama d’orizzonte
la primavera dell’anima.
DG
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Haiku di notte
E nella notte
cade tetra la neve
pianto del sogno.
Davide Gorga
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Immenso
E ho visto il sole
dalla collina stessa
su cui tu bambina
l’osservavi accarezzarti
nell’aria di cristallo
e il miracolo
nell’odore di pane fresco
del mattino d’incanto
ormai
non è più miraggio.
E nello spiazzo lucente
all’ombra dei castagni
dinanzi alla chiesa
consumerò la vita
nell’oro.
Davide Gorga
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Un tempo e ora
Il taglio infinito dell’orizzonte,
il calice d’oro
del suono della campane
rovesciato sul mare.
Sulle colline,
la tua casa imbiancata a calce;
una volta arrampicata dal muschio
ora senz’anima del tempo.
È l’oblio dell’infanzia
quando sovrastava il cielo
l’immenso dei tuoi sogni
fioriti come gocce di brina.
Davide Gorga
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Jehanne Darc
Intervento nuovamente dedicato al racconto di un’amica… [ Jehanne Darc - per leggerlo click qui ] Brano onirico, storico, spirituale che avvince ed invita alla riflessione.
[ link alternativo: http://www.davidegorga.it/letture.htm#jehanne ]
Davide Gorga
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Amore
«La passione passa, e subentrano le prove ed i sacrifici, ed è allora che veramente si mette alla prova il reale affetto per la propria moglie1. Fin quando si sente il cuore solleticato ad amare è facile, ma quando passa questo passeggero sentimento, ecco che allora scatta l’eroismo, l’amore puro che, proprio perchè provato, acquista nuove dimensioni di profondità ed affetto sconosciute. Se fosse rimasta la passione iniziale, tutto sarebbe rimasto paludosamente nella superficialità del sentimento, pur sempre, passeggero.»
Libellula Silenziosa
1J.R.R. Tolkien (da una lettera al figlio)
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Il ponte
La luna splendeva alta sul ponte, piena, riversando il suo argento sulle onde.
Le due figure sedute sul parapetto in pietra guardavano giù. I capelli neri della ragazza si confondevano con quelli castani del giovane, le loro carni pallide erano avvolte da vesti lacere di cotone.
Lo sciacquio del fiume era l’unico rumore. Uguale, eterno, come la danza delle stelle sopra di loro. Ruotavano lentamente in un’estasi antica.
“Giornata di festa!”, esclamò la giovane, sciogliendosi dall’abbraccio e illuminandosi di luna; intorno a lei un’aura magica si disperdeva.
“Che vuoi dire?” le rispose il giovane inframmezzato dal rumore dell’acqua.
“L’estate è vicina, Christian. Abbiamo messo da parte un po’ di soldi e ce lo possiamo permettere, prima un bel bagno e poi lasciamo i vestiti estivi in tintoria!”, riprese la giovane illuminandosi.
“Sarebbe anche un buon modo per farci una doccia. Temo che ne abbiamo bisogno, Eli.”
L’altra rise; “Lasciami odorare.” disse, e gli si avvicinò annusandolo come farebbe un cane. “Salame!”, esclamò infine; “Buono!”, concluse poi con allegria, e fece finta di addentarlo; il giovane la schivò ridendo.
Alla luce del sole, abbagliante, si stendeva il mare che splendeva in lontananza di una parvenza di eternità. La spiaggia, quasi deserta, era frequentata da pochi bagnanti che assaporavano i primi tiepidi raggi del sole.
Solamente i due ragazzi si erano lasciati accogliere dall’abbraccio freddo del mare. Avevano lasciato i vestiti sporchi in una lavanderia automatica del centro e si erano incamminati mano nella mano, con solo una maglietta sopra il costume.
Ora il mare, ancora freddo per il lungo inverno, li accoglieva e li purificava. La ragazza si tuffò più volte nella distesa di smeraldo, riemergendo tremante e raggelata, ma ogni volta più viva.
Infine, aveva trascinato Christian con sé‚ sotto la superficie, posando un bacio sulle sue labbra. Quando i ragazzi erano riemersi si tenevano per mano, come a formare un cerchio magico, e non vi era più mare nello spazio dello spirito fra di loro.
Lo scroscio dell’acqua sulla pelle. Violento e benedetto. Forte. Lavava via il sudore e la stanchezza di mesi interi di stenti. Era il paradiso che scendeva sulla terra, freddo e intenso come l’acqua gelida che li aveva benedetti.
Ed infine furono di nuovo sulla strada.
“Avevi ragione.” disse il ragazzo mentre avanzavano lentamente sul lungomare.
“Su cosa?”, chiese la giovane, ed i suoi capelli corvini, ora lucidi e puliti, brillavano bagnati al sole;
“Su tutto”, rispose Christian evasivo
“Come al solito”, riprese l’altra; “Io ho sempre ragione”, concluse ridendo.
La lavanderia era al piano terra di un edificio stanco poco lontano dal mare. I ragazzi si fermarono a riprendere i vestiti e li indossarono, ed ora finalmente profumavano di pulizia e candore. La ragazza si fermò un attimo, triste, quasi in trance.
“Elisa, che cos’hai?”, le chiese l’altro. Ma quella si limitò a scuotere il capo. Sorrise. E fu un sorriso più splendente del sole.
Il ponte li aspettava nuovamente con il suo cordoglio d’acque. Addossato a un muro di contenimento, un grosso contenitore di cartone si apriva come un armadio a due ante, e affianco ad esso un altro, più basso e lungo, era coperto da una cerata blu.
I ragazzi aprirono il cartone più alto e trovarono ancora al loro posto una chitarra ed un flauto. Elisa impugnò la chitarra e si cimentò in un paio di accordi. “Che dici, sembro una stella del rock?” chiese con una finta voce roca.
Christian rise: “Per niente. Andiamo”, e s’incamminarono verso la città scintillante di luci di cui un tempo avevano anch’essi fatto parte.
Il flauto disegnava le cime dei monti coperte dalla neve fiorita, lo sbocciare delle nuove gemme nella radura del sogno.
La chitarra contornava della dolcezza dei boschi in rigoglio e della danza scrosciante dei ruscelli l’incantesimo intessuto nella piazza.
Le monete che cadevano intorno cantavano anch’esse al suono magico.
Infine la piazza si svuotò, ritornando ad essere l’angolo sporco di sempre.
I giovani raccolsero le monete e se ne andarono anch’essi.
Il ponte li aspettava. Si accoccolarono l’uno affianco all’altra, raggomitolati in quell’abbraccio privo di sesso che li accoglieva da anni. La notte discese e li trovò abbracciati, le mani nelle mani.
Nella notte, la scatola di cartone divenne fredda e si strinsero come fratelli.
Dolce e incantevole avvolgeva ogni cosa.
Un rumore grigio, frastuono rosso. Violenza e catene. I ragazzi si riscossero ed uscirono da quella che per loro era divenuta una casa.
Il sangue di una catena brandita spaccò il cranio di Elisa, il suo bel sorriso bianco si spense nella notte di luna. L’urlo del ragazzo si perse come un grido nel deserto di luna.
Sangue sangue sangue. Scorreva ovunque. Il corpo di Elisa era riverso sotto il ponte con il volto nei flutti e l’acqua scorreva rossa.
Come un guerriero senz’armi, il giovane urlò.
Si scagliò verso il cerchio di fari inumani e di alito pesante. Un ferro lo colpì al torace e lo trapassò. Continuò ad avanzare con le ossa che biancheggiavano nella luna.
E poi un altro inferno si abbatté su di lui, facendo rotolare il corpo vicino a quello della ragazza. Mormorò solo il suo nome, “Elisa”; sangue sangue sangue senza risposta. Non c’era più il mare di quell’unico bacio a fior di labbra nel mattino.
Poi l’ultimo tonfo sordo fece ancora più rossa l’acqua del fiume.
E fu silenzio il flauto.
I fari si allontanarono. Scorreva rossa e schiumava di sangue l’acqua del fiume sotto il ponte muto. Sangue sangue sangue. Scorreva rossa l’acqua del fiume.
Il ponte era solo nella notte piena di luna.
Davide Gorga
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